venerdì 2 novembre 2012


Tornare a vivere

Eccomi arrivato, giusto in orario di apertura. Il parcheggio dell'ospedale è pieno come un uovo, trovare un posto libero sarà un'impresa. Ma eccone uno là, che culo!
NOO, e dai! Un uomo nero col suo carico di roba, borsone sulla spalla, cinture e altre cose varie sulle braccia è spuntato fuori dal nulla indicandomi che c'è un posto proprio nel punto che ho adocchiato io. Un agguato, un fottutissimo agguato in piena regola. Non ho altra scelta, devo per forza parcheggiare lì.
Mi preparo psicologicamente mentre compio le ultime manovre. Prendo un po' di tempo a trafficare inutilmente e con aria coinvolta nel cassetto del cruscotto e pure sotto i piedi sperando che il mio assalitore vedendomi troppo indaffarato decida di lasciarmi perdere e andarsene.
See, come no?
Esco rassegnato, lui è partito in quarta a parlare già da un pezzo.
- Amigo, camicie da lavoro e jeans tutto a prezzo buono.
- Grazie, ma non mi serve nien... - Proprio nell'ultimo istante che riesca a chiudere lo sportello, allunga un braccio e lancia all'interno della macchina un rotolo di calzini bianchi. “Ma porc...!” - No, scusa, ma oggi non compro niente, non ci sono soldi.
È il sistema che usano oggi per costringerti a pagarli se non li tiri fuori. Li gettano sempre nei sedili posteriori, chissà, forse sperando che il malcapitato desista dallo sforzarsi di infilarsi dentro e spostare i sedili anteriori per recuperarli. Io non ci casco, riapro, tiro fuori i calzini e faccio per renderglieli mentre cerco di richiudere lo sportello prima che... troppo tardi, due accendini schizzano all'interno come il rotolo di poco fa. “L'immortac... ma vaff... e che cazz...!”
Intanto lui insiste:
- Compra mutande, occhiali da sole, tutto bello.
Lo so – dico io cercando di non perdere la pazienza. - È tutto bello ma non c'ho soldi, c'è troppa crisi e poco lavoro.
Dopo un lavoraccio dentro la macchina per recuperare gli accendini, questa volta mi frappongo fra lo sportello e il lanciatore di prima base per evitare altre intrusioni nella mia vettura. Chiudo finalmente a chiave e cerco di allontanarmi da lui piano piano spiegandogli della crisi e altre cosette varie, che mi dispiace di non potergli comprare niente e pregando che non se la prenda con la mia povera macchina. Di solito non lo fanno, ma ho sempre questo timore che ogni volta che mi allontano do sempre un'occhiatina all'indietro per esserne sicuro. Non capisco quello che dice lui per riuscire a convincermi ad acquistare almeno qualcosina, continua a parlare di Mamma Africa, della sua famiglia e chissà cos'altro ancora.
Dispiaciuto sul serio gli volto le spalle e mi incammino verso l'ospedale.
Prima che possa raggiungere l'entrata, un secondo uomo bello carico anch'egli di roba, mi adocchia da lontano e affretta il passo per sbarrarmi la strada.
- Amigo, guarda quanta roba bella, tutto a prezzo buono.
Ricominciamo con le solite frasi di circostanza, questo è più scuro di pelle e sembra più cocciuto dell'altro suo collega a mollare la sua preda.
Non è proprio un buon momento per me, il viaggio per arrivare lì è stato lungo e stancante e l'umore è più che pessimo. Mi batte sul tempo a parlare della crisi prima di me, penso che a questo punto non mi rimanga altro da fare che iniziare a parlare di Mamma Italia e della mia famiglia. Sopravvivo al secondo attacco, lui finalmente e per fortuna cede per primo, se ne va salutandomi cordialmente. – Va bene amigo, buona giornata. - Dalla sua espressione deduco che il suo è più un modo gentile per dirmi che sono una testa di cazzo.
Mi sento sempre un verme ogni volta che mi trovo in queste situazioni. Mi rendo benissimo conto che loro hanno tanto bisogno di guadagnare qualcosa che suppongo sia sempre poco nell'arco della giornata, ma non posso ogni volta che ne incontro uno comprare oggetti o vestiti di cui non ho affatto bisogno. Già non sto bene di mio per via di mio padre che giace su un letto d'ospedale, se poi mi ritrovo persino a combattere con la mia coscienza allora non va bene affatto. Pure loro dovrebbero capire però che non riusciranno mai a rabbonire le persone insistendo “violentemente” in quel modo, ci vuole pazienza e modi assai più garbati. Nel parcheggio di un ospedale poi non è certo il posto più adatto per vendere qualcosa, la gente ha ben altri pensieri in testa che meditare su quale cinturino o paio di occhiali da sole comprare.
Raggiungo le gradinate prima del grande atrio, una bambina mi si avvicina quasi singhiozzante con la mano tesa. È sporchissima, i suoi vestitini sono lerci e con qualche strappo qua e là, la madre è seduta per terra non molto distante, anch'essa con la mano tesa verso altre persone. Ci sono molte fontane pubbliche nei dintorni, ci si può benissimo lavare almeno la faccia, ma più si è sporchi meglio è per il compito che si deve svolgere.
Con loro è più facile, non c'è bisogno di instaurare una nuova discussione, non ci sono trattative da avviare. Con loro si deve adottare un approccio diverso, evito quindi di guardarli direttamente in faccia. Questo è il trucco, renderli invisibili e passare oltre, sottrarsi ai rimorsi della propria coscienza. Una monetina non è poi così tanto come perdita, ma vuoi rischiare di ritrovarti senza e privarti del piacere di gustarti una di quelle meravigliose merendine dei distributori automatici dell'ospedale? Come si potrebbe sopravvivere senza?
È tutto uno schifo! Io mi sento uno schifo! Tutta questa vita è uno schifo, da quando qualcuno ha deciso che il mondo deve girare solo grazie ai soldi!
Riesco ancora a sentirla implorante anche quando le grandi porte scorrevoli si richiudono alle mie spalle. Mi avvio verso gli ascensori a testa china vergognandomi e chiedendomi se abbia fatto bene o male il mio compito di essere umano. Probabilmente l'ho fatto male, non sono il tipo che imbrocca la cosa giusta al primo colpo.

C'è la solita ressa davanti ai tre ascensori, oggi mi sembra più animata del solito. Un donnone è incazzatissimo perché sembra che aspetti da un pezzo che qualche porta finalmente si apra. Non la biasimo poveraccia, conosco benissimo la situazione. Il primo ascensore si fa tutti i piani tranne il primo, non si sa il perché ma quello lo salta sempre. Il secondo è fuori servizio, mentre il terzo sta ai piani alti e sembra che non abbia nessuna intenzione di scendere giù. Di consuetudine quando arrivo io grazie alla mia solita fortuna entrambi stanno sempre tra l'undicesimo piano e il tredicesimo, gli ultimi praticamente. Io devo salire all'undicesimo., ma succede sempre che persino trovandomi là e dovendo scendere, stì fetenti non fanno altro che bazzicare per ore nei piani bassi.
Me la farei volentieri a piedi su per le scale, la salita non mi spaventa, ma vengo a sapere che dal secondo al quarto piano degli operai stanno dando la cera e non si può passare. Hanno azzeccato proprio il momento giusto delle visite per fare il proprio lavoro.
In nostro aiuto una infermiera ha messo a disposizione l'ascensore riservato solo al personale dell'ospedale, è piuttosto spazioso e ci stanno dieci persone e più rispetto alle otto di quelli pubblici. Otto persone secondo il foglietto attaccato alle pareti d'acciaio si intende, in realtà ce ne stanno appena tre, se strette forte forte le une alle altre. I pori della pelle sembrano crateri visti a quella distanza ravvicinata, i pidocchi potresti persino cavalcarli.
L'infermiera dopo aver riempito il suo “veicolo”, propone un passaggio ad altre due ragazze dichiarando che ci stanno benissimo, quelle due sceme respingono l'offerta persino alla sua insistenza dicendo che preferiscono aspettare quelli pubblici. Per noi altri vista la situazione è come rifiutare un passaggio per il paradiso, mi vien voglia di prendere quelle due capre per i capelli e sbatterle a calci nel culo dentro il montacarichi, dato che a quanto pare il dono prezioso non era stato offerto a nessun altro di noi. Pure il donnone si rifiuta categoricamente di salire su quello dell'infermiera, è diventata ormai una questione di principio per lei. Si sposta continuamente avanti e indietro pigiando i pulsanti anche se questi sono accesi già da un po'. C'è una marea di persone che assiste al suo calvario, in particolare ne arriva un altro proprio in questo momento e mi si ferma alle spalle addosso a me. Ordina alla moglie, almeno credo sia sua moglie, di pigiare il tasto di chiamata come se noi poveri ebeti non ci avessimo già pensato prima. S'è piazzato così vicino a me che sento il suo fiato sul collo, puzza di un intenso odore di dopobarba rancido che probabilmente è andato a male da secoli, il suo alito è così fetido da mozzarmi il respiro, dev'essersi bevuto da poco una spremuta di merda.
Finalmente squilla il campanello di apertura delle porte scorrevoli, dall'ascensore ne escono un sacco di persone che mi meraviglio di come siano riuscite ad entrarci tutte in quel modo. Uscendo tutti dicono: “arrivederci” di qua, “arrivederci” di là invece del solito “buona giornata”.. Mi son sempre chiesto trovandomi spesso a viaggiare là dentro con un mucchio di esseri con l'alitosi, perché mai dovrei rivedere le loro facce una volta fuori da quella scatola mobile, mica abbiamo condiviso esperienze intime tra noi, no? A parte qualche sniffata di forfora dalle loro spalle.
Ci facciamo tutti da parte per permettere alla mastodontica donna di entrare con le sue due amiche; quasi ci scappa un applauso di solidarietà verso di loro.
- Troppo comodo rubare il posto alle altre persone in questo modo – dice una voce dietro di me. Si, è proprio lui, bocca di rosa, sembra prendersela a male per il fatto di vedersi soffiare così l'ascensore. A parte il fatto che con tutta questa gente lui come minimo dovrebbe aspettare almeno tre o quattro giri prima di riuscire ad entrarci, se poi inizia pure ad attaccar briga allora se la sta proprio andando a cercare.
- No, guardi che noi stiamo aspettando da quasi un'ora, non può dire che stiamo rubando il suo posto – tuona lei di rimando.
- Lei stava facendo la fila per quell'altro, con che faccia ora si mette davanti al nostro?
Mi sposto da davanti, non vorrei che mi sputasse pure addosso mentre starnazza in quel modo. Il donnone non perde tempo a ribattere mentre nessuno di noi altri ha tutta l'aria di intervenire in suo aiuto, tipico di chi vuole farsi i cazzi propri, altro che solidarietà verso il prossimo. Meno male che almeno le porte sono bloccate dalla sua consistente massa corporea.
Alla fine decide che la cosa migliore da fare sia tagliar corto la conversazione con quell'impianto fognario aperto e proseguire per la sua strada lassù, verso i piani alti. Guardo con sofferenza le porte che si richiudono pregando che non tardino troppo a riaprirsi. Osservo quel cesso che cerca di ottenere i consensi degli altri per la ramanzina che pensa di aver fatto alla donna, ma nessuno sembra cagarlo troppo, nemmeno sua moglie. Solamente una vecchietta un po' snob gli dà vigliaccamente ragione. Io invece ho una voglia matta di prendere il moccio Vileda che sta dentro un secchio in un angolino della sala e ficcarglielo tutto dentro quel buco di culo che somiglia tanto ad una bocca. Da non credersi, l'ultimo arrivato che si mette a dettar legge, ma vaffanculo, fatti un altro frullato di merda e piantala di sparare cazzate!
L'infermiera ritorna col monta lettighe e ne prende altri dieci compreso, per fortuna, pure me. La merdaccia dovrà vedersela con gli altri due ascensori pubblici, spero che lo trovino mummificato ancora là ad aspettare tra un milione di anni come minimo.

Mio padre è a letto, da due giorni non riesce ad alzarsi. Ogni volta che lo rivedo sembra più vecchio e sempre più stanco. Gli si illuminano gli occhi non appena mi vede. Mi siedo accanto a lui e parliamo del più e del meno, mi racconta del nuovo arrivato nella sua camera e dei suoi problemi di salute. È già il dodicesimo che cambiano dal giorno che ho portato il babbo qua dentro, due settimane fa. Dice anche che è stanco, non lo biasimo, chi non lo sarebbe in questo posto? Non vedo l'ora che gli facciano l'ennesima visita che era prevista per un paio di giorni fa, di sabato e di domenica sembra che di medici non ce ne sia nemmeno l'ombra, così hanno rimandato l'esame per domani. Freme pure lui dalla voglia di farlo e di tornarsene a casa. Eh sì, il mio babbo è fatto così, pensa che un semplice esame sia la cura per il suo male, per lui non c'è nient'altro, non tiene conto di nessun esito bello o brutto che sia.
Sono triste e in pensiero per lui.
Sente dolore allo stomaco e tutto il ventre, ancora non sa quant'è grave. Si fida di tutto ciò che gli diciamo io e la mamma. Lo tranquillizzo pure adesso che mi chiede novità sulla sua salute, mi sono già preparato un'altra bugia abbastanza credibile da evitargli alcuna preoccupazione. Accetta contento la mia risposta e mi sorride soddisfatto. Io invece muoio dentro, è così facile prendersi gioco della sua ingenuità che per poco non mi scoppia il cuore. Non c'è niente di più doloroso che mentire e sorridergli allo stesso tempo sapendo che gli resta ancora poco da vivere. Non ha idea di come mi trattenga dal non esplodere, ma non posso permettermi di lasciarmi andare, non voglio che soffra pure per me.
Tossisce, ogni piccolo movimento che fa è doloroso. Ogni colpo di tosse uno strazio. Lo aiuto a mettersi di fianco per sputare sul fazzoletto. Non mangia da un pezzo ormai, la sua nutrizione consiste in un liquido bianco contenuto in una sacca appesa insieme alla flebo, la sua vita scorre in un tubicino dritta nella vena del suo braccio. Con movimenti lenti e meticolosi ripiega il fazzoletto come fosse un'azione importante, stando attento che i suoi spigoli combacino perfettamente gli uni con gli altri. Ha una pazienza di cui gli ho sempre invidiato, cosa che io non avrò mai. Ho il desiderio di baciarlo sulla fronte, ma è un gesto che non ho mai fatto anche se gli voglio un bene da morire. Evito di farlo pensando che forse lo troverebbe strano ed ho paura che me ne chieda il motivo, ed io non voglio preoccuparlo. Oppure semplicemente lo avrebbe gradito più di qualsiasi altra cosa al mondo, lo avrebbe visto come l'amore provato di un figlio verso il proprio padre. Sicuramente ne sarebbe stato felice. Probabilmente me ne pentirò per il resto dei miei giorni, sono fatto così, non sono il tipo che fa sempre la cosa giusta al momento giusto.
Lo aiuto a stendersi di nuovo e gli sistemo le lenzuola.
Dopo qualche minuto, la visita nelle camere di due o tre medici costringono i visitatori ad uscire fuori dalla stanza ad aspettare. Dico al babbo che torno fra poco ed esco pure io. Ben vengano queste visite, non le fanno molto spesso, mi danno un senso di appagamento, mi tranquillizza il fatto che qualcosa funzioni qua dentro.
Solo due giorni fa il babbo riusciva ancora a camminare aiutandosi con il bastone, non voleva che io l'aiutassi nemmeno un po', diceva che era capace di farcela benissimo da solo anche se con qualche difficoltà. Lo lasciavo fare ma stavo sempre attento che non scivolasse e si facesse male. Lottava per conservare con fermezza quell'ultima azione di autosufficienza che ancora gli era permessa.
Ho la gola secca, decido di andare a prendermi una bottiglietta d'acqua ai distributori in sala d'aspetto, ma so già cosa ci troverò ad aspettarmi.
Infatti, eccoli là, tutti ammucchiati addosso ai distributori, quasi non si riesce nemmeno a vederli. La sala è abbastanza capiente, ma sembra che il parcheggio degli zoticoni sia proprio lì. Mi appoggio al muro e aspetto che si apra almeno una piccola breccia in quella bolgia. Sembra di stare in un bar al sabato sera, con ubriaconi che urlano a manca e a destra. Qui è la medesima cosa, c'è un gran vociare che non si riesce ad afferrare una solo parola comprensibile nemmeno a concentrarsi fino a farsi fumare orecchie e cervello. Molti di loro non sono nemmeno di questo reparto, ormai conosco quasi tutti i visitatori che ne fanno parte, mi chiedo cosa ci facciano qua. Ci stanno pure due carabinieri in mezzo a loro, e come quasi tutti gli altri non hanno niente tra le mani, nemmeno la scusa di tenere una tazzina di caffè, nemmeno per finta. Una ragazza lotta disperatamente per farsi strada : “Scusi, con permesso, mi fa passare per favore?” Sembra una formichina in mezzo ad un branco di elefanti. Avrebbe ottenuto più attenzione se avesse detto loro: “Scusa, ti levi dalle balle?” Ne avrebbe avuto tutti i diritti in fondo di essere scortese.
Decido di tenermi la sete, non sto bene. Ho quasi le lacrime agli occhi al pensiero di mio padre che passa la maggior parte del tempo da solo chiuso fra queste quattro mura. Mi allontano da lì, non ho nessuna voglia di scusarmi con dei coglioni per un sorso d'acqua. Mi avvicino alla finestra, da quassù si può ammirare una parte della città. Guardo il panorama, oggi non so nemmeno se è bello o brutto, i miei occhi sono appannati e non riescono a vedere quasi nulla. Voglio andarmene da qui, voglio riportare a casa il mio babbo. Voglio portarlo via da questa gabbia di matti.
Col fazzoletto mi asciugo le lacrime senza farmi vedere da nessuno, non voglio che qualche rompiballe mi si avvicini a chiedermi se sto bene, che si facciano i cazzi loro.
Voglio starmene in pace per conto mio. Ho bisogno di farmi forza, di concentrarmi al massimo per non lasciarmi andare, non devo crollare, non proprio adesso.
Non devo pensare a niente, solamente ad essere di buon umore per lui.
Sorridere.
Incoraggiarlo.
Volergli bene.
Dargli forza.
Non serve altro se non tornare alla vita di sempre.
Alla nostra vita.
Voglio solo che il mio babbo torni a casa con me.